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Meno Manager, più Designer

di Fabrizio Modina

In una recente ed inquietante dichiarazione del nuovo CEO del gruppo Kering, Luca de Meo, il businessman strappato al settore automobilistico per far quadrare i conti in rosso di Gucci, ha detto: – “Bisogna rimettere il cliente al centro, in modo da non dipendere più esclusivamente dalla visione del direttore artistico”.

Ricapitolando: un manager che fino a pochi mesi fa si occupava di paraurti e tergicristalli, dopo essere stato assunto con un bonus di ingresso da 20 milioni di euro e uno stipendio annuale di circa 5 milioni, ci dice che il designer non conta più nulla, che la genialità è un rischio e che la direzione da prendere per il futuro porta a collezioni generate dall’elaborazione dei dati sulle vendite. La “strategia” imporrà un tempo di sviluppo delle linee ridotto a sei mesi, un’idea folle che, ovviamente, andrà a discapito della qualità, sia di concept che di esecuzione, sparando un altro colpo mortale al già esanime Made in Italy. A poco a poco, la differenza tra Gucci e Zara sarà soltanto nel prezzo di vendita. 

Dunque, ha vinto l’IA? D’ora in poi ci penserà lei a vestirci, così si ridurranno anche i costi dell’Ufficio Stile e i manager potranno moltiplicare i propri compensi?

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De Meo attribuisce alla visione dei designer soltanto il 20% dell’essenzialità sul marchio.
Forse è un bene che Armani e Versace non ci siano più, a differenza di noi, si sono evitati questo strazio.

La grande crisi che la moda sta vivendo è forse un effetto Karma dell’avidità bulimica dei grandi brand che, negli ultimi quindici anni, hanno gonfiato sempre più i prezzi – imposti dai colletti bianchi dei piani alti – senza curarsi di coltivare le competenze di una nuova generazione di stilisti, che sono ormai tecnicamente impreparati e incapaci non solo di proporre, ma anche di imporre, nuova linfa al settore agonizzante, dando così un minimo di ragione al CEO sopraccitato.

Nel momento in cui la stessa Commissione Europea deve intervenire per multare Gucci, Chloé e Loewe (rispettivamente di proprietà dei gruppi Kering, Richemont e LVMH) per violazione delle norme UE sulla concorrenza, accertate le imposizioni sui prezzi che i brand avevano imposto ai loro rivenditori, diventa evidente che qualcosa non sta più funzionando a livello di fondamenta. 

Non ha peli sulla lingua Yohji Yamamoto, uno che la moda l’ha inventata davvero, quando, al termine dell’ultima fashion week di Parigi ha dichiarato: – “La moda è diventata uno scherzo. Riguarda solo il denaro. Le principali compagnie del settore sono come bambini che giocano a calcio, correndo dietro una palla. Non pensano ai loro clienti. Io penso solo che abbiano troppo denaro, così non hanno necessità di lavorare duramente. Galleggiano sempre sui soldi”. 


Yamamoto è uno di quegli ex-giovani che all’inizio degli anni Ottanta hanno rivoluzionato la moda, prendendosi tutti i rischi. Donne e uomini indipendenti che hanno sperimentato, fallito, vinto, costruito aziende che sono diventate grandi, senza implodere nel desiderio di conquistare economicamente il mondo. Quel sistema indipendente è stato completamente divorato: oggi i negozi di alta gamma situati nelle location top attorno al globo appartengono tutti a 4 holding che non permettono alcuna “infiltrazione” e, come se non bastasse, controllano il 90% dei media. In questo quadro apocalittico, nessun giovane, per quanto talentuoso, può sperare di emergere.

Con un po’ di ottimismo (e anche di ipocrisia, visto il suo balzare da un marchio all’altro), Raf Simons ha detto: – “Cosa sconvolgerebbe davvero la moda, non in termini di un individuo che disegna collezioni? Se ogni direttore creativo nel mondo abbandonasse la propria posizione e dicesse di non volere più fare nulla per questi brand. Dovremmo renderci tutti indipendenti, tutti allo stesso momento. Questo è il mio pensiero felice e romantico”.

Alessandro Sartori, direttore artistico di Zegna, scoperchia il vaso di Pandora: – “Questo per i designer è un momento molto interessante. Ma pongo una domanda: quel designer si sente giusto per quel brand, o porta se stesso indipendentemente da dove si trova?” Ovvero: se si desse a Raf Simons, Alessandro Michele, Nicolas Ghesquière, Riccardo Tisci e molti altri, la possibilità di disegnare collezioni con il proprio nome e non con quello di persone morte da cento anni, la moda non riacquisirebbe identità e freschezza?


Coglie il segno, con una nota malinconica, Stefano Gabbana, che scrive su Instagram: – “Una volta eravamo liberi di esprimerci con volumi, proporzioni e idee. Non sapevamo nemmeno bene che cosa stessimo facendo, ma quella libertà ci permetteva di sperimentare senza limiti”.


In un testo che raccoglie citazioni di personaggi ben più blasonati di me, non posso omettere, in chiusura, una dichiarazione di Alessandro Calascibetta, Direttore Responsabile di Style Magazine, il quale, come una voce fuori dal coro –la stampa di moda è ormai totalmente asservita alle holding – scrive coraggiosamente: – “I designer ci stanno davvero provando; il futuro della moda dovrebbe essere nelle loro mani invece che in quelle dei CEO, che a lungo andare hanno perso di vista il significato della moda”. Amen.