I tatuaggi aprono finestre su culture e società, permettendoci di leggere la storia dell’uomo direttamente sulla sua pelle. Marcatori di appartenenza e unicità, possono rappresentare narrazioni di vita e storie personali, fungere da registro sociale dell’identità culturale o da espressione artistica incarnata nell’esperienza vissuta. Il tatuaggio è una pratica storica ricca e complessa, non moda moderna, ma espressione umana presente da migliaia di anni, dall’Egitto e dalle Americhe fino all’Asia e alla Polinesia.
Non si tratta, quindi, solo di chiedersi “Fa male?” o “Cosa significa?”, ma di considerare i tatuaggi come un vero e proprio medium, come un tramite per la produzione della propria immagine ed espressione, come un mezzo capace di rivelarci come le persone percepiscono se stesse e le proprie comunità.

Nel libro Corpi dipinti, Matt Lodder, preferisci agli aspetti tecnici o estetici 21 storie di tatuaggi, utilizzandole per mostrare come questi abbiano funzionato nel tempo e in luoghi molto diversi e lontani tra loro quali potenti marcatori di identità, credenze, posizione sociale, lealtà, ribellione, amore e memoria.
In alcuni periodi i tatuaggi vengono associati a criminali o popolazioni marginali, mentre in altri appaiono sui corpi di aristocratici e soldati: le connotazioni sociali dei tatuaggi sono estremamente variabili.
Il tatuaggio é già noto nel Rinascimento e nell’Europa moderna, e gli europei si tatuano molto prima di avere contatti coloniali: nobili ed esploratori avevano semplicemente acquisito questa pratica da altre culture.
Attraverso ritratti vividi di persone famose (da Ötzi – l’uomo venuto dal ghiaccio a figure moderne come il giocatore NBA Dennis Rodman) e meno note, Lodder mette il corpo al centro della storia culturale.
I tatuaggi diventano una lente attraverso cui interpretare come le società percepiscono il sé, il sacro e il sociale. Segnare il proprio corpo è una delle forme più intime di comunicazione ed espressione artistica, capace di riflettere la condizione umana, continuamente in evoluzione.
Nel 2025 la Fondazione M-Cube ha incontrato il popolo Māori a Rotorua e Picton (Nuova Zelanda)… e ora è tempo del Sei Nazioni, uno dei tornei annuali di rugby più prestigiosi al mondo.
Nella cultura Māori, il Tā moko porta con sé strati di significato che vanno ben oltre la decorazione o lo status, ed è probabilmente una delle forme più profonde e complesse di body art al mondo.
Tā moko indica la pratica tradizionale di incidere e segnare la pelle con motivi intricati, specialmente su volto, glutei e cosce. A differenza dei tatuaggi ordinari, che perforano la pelle, il tā moko tradizionale usava scalpelli chiamati uhi per creare incisioni, lasciando motivi in rilievo.
Il moko facciale (moko kanohi) è la forma più importante. Per i Māori il volto è la parte più sacra del corpo (te wahi tapu), quindi segnarlo permanentemente era un potente atto di identità e mana (autorità spirituale, prestigio, integrità). Un moko raccontava la genealogia (whakapapa), l’appartenenza tribale (iwi, hapū), il rango sociale, i successi e il percorso di vita di una persona. Ogni curva, linea e spirale aveva un significato: era un archivio vivente di antenati e appartenenza, leggibile quasi come una mappa della vita e della discendenza.
I moko maschili (moko kanohi) coprono spesso l’intero volto, suddiviso in zone distinte che rappresentano le diverse dimensioni dell’identità personale e ancestrale, mentre i moko femminili (moko kauae) appaiono su mento e labbra, simboleggiando forza spirituale, connessione agli antenati e ruolo di leadership nella comunità.
Durante il periodo coloniale, soprattutto tra XIX e inizio XX secolo, il tā moko fu soppresso da missionari e autorità, perché considerato pagano o barbarico, e la pratica quasi scomparve, sopravvivendo quasi esclusivamente nella memoria, nelle fotografie e tra pochi anziani isolati.
Dagli anni ’80 in poi, il tā moko ha vissuto una potente rinascita culturale, parte della più ampia Rinascita Māori. Gli artisti contemporanei utilizzano strumenti tradizionali e moderni, rivitalizzando antichi simbolismi e adattandoli a nuove forme di arte vivente: un segno sacro e politico di identità Māori. Non sorprende quindi che molte donne Māori stiano reclamando il moko kauae come affermazione di orgoglio e identità culturale.
Per i giocatori di rugby Māori, il tā moko è molto più di una decorazione personale. Il rugby, lo sport più importante della Nuova Zelanda, è diventato un palcoscenico globale in cui la cultura Māori è visibile e celebrata. Molti giocatori degli All Blacks mostrano il moko, simbolo della loro discendenza, eredità tribale, e successi personali, creando un ponte tra tradizione e sport moderno.
Durante l’ingresso in campo, specialmente nella haka (la danza di sfida cerimoniale prima delle partite), i tatuaggi amplificano visivamente potenza, autorità e significato spirituale del momento, agendo come segnale culturale.

Giocatori come Piri Weepu o Aaron Smith hanno fatto del moko parte della loro identità pubblica, per dimostrare resilienza, radicamento spirituale e rispetto per il proprio whakapapa, mentre competono ai massimi livelli.
Grazie a questa interazione tra tatuaggio e sport, l’eredità Māori viene trasmessa alle nuove generazioni ed il rugby diventa ben più di un gioco: un mezzo di espressione culturale vivente, dove l’identità Māori si manifesta letteralmente e simbolicamente sul corpo.
Nel 2026 sarà invece il momento per la Fondazione M-Cube di incontrare il popolo Ainu in Giappone per un nuovo progetto sull’empowerment dei giovani e sulle pratiche di decolonizzazione nei musei.
Gli Ainu sono il popolo indigeno di Hokkaido, Sakhalin e delle isole Curili. Tradizionalmente, i tatuaggi Ainu (“matanpushi” per gli uomini e “hwakamui” / “shidare” per i tatuaggi facciali femminili) avevano funzione rituale, protettiva e di marcatura identitaria.
Nella cultura Ainu, i tatuaggi più distintivi erano quelli sul mento, applicati alle ragazze a partire dalla pubertà. Il tatuaggio consisteva in una piccola linea o serie di linee sulle labbra, talvolta estese al mento, spesso combinato con tatuaggi sulle dita come emerge dai preziosi scatti di Fosco Maraini.
I tatuaggi maschili erano invece meno comuni e si trovavano su mani, braccia o torace.
Per questa comunità, i tatuaggi avevano molteplici funzioni: segnavano il passaggio dall’infanzia all’età adulta, proteggevano dal male, portavano fortuna, indicavano l’idoneità al matrimonio e rafforzavano l’appartenenza familiare e culturale. Molti motivi richiamavano la natura, collegando le persone ad animali, piante e divinità centrali nella cosmologia Ainu.
La tecnica tradizionale prevedeva l’uso di aghi sottili e inchiostro a base di fuliggine, applicati con precisione e accompagnati da rituali, preghiere e canti, sottolineando il carattere sacro della pratica.
E come per i Māori, dalla fine del XIX secolo i tatuaggi Ainu furono vietati dalle politiche assimilazioniste giapponesi, in particolare dopo la Restaurazione Meiji. Missionari e autorità li consideravano “incivili”, e la pratica quasi scomparve, sopravvivendo solo in fotografie, reperti e documenti, molti conservati dagli etnologi come Bronisław Piłsudski.
Oggi i tatuaggi Ainu sono simbolo di rinascita culturale e resilienza. Studiosi, musei e comunità Ainu li studiano per riconnettersi con tradizioni perdute, celebrare l’identità indigena ed educare sul patrimonio culturale.