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FMC #10

02.2026

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FMC // marzo 2026. I nostri prossimi eventi

01-31.03 / la FASHION HERITAGE ACADEMY incontra gli studenti
A marzo la Fondazione M-Cube continua ad incontrare gli studenti nelle scuole del Piemonte per raccontare la nuovissima FASHION HERITAGE ACADEMY e le professioni del futuro nel mondo della moda, tra alta sartoria, cinema e cosplaying.

12.03 / Biomedical Visions: The Art of Science and the Science of Art
La nostra ricerca a scavalco tra arte e scienza continua. Saremo con

Marlene BartCornelius BorckCat Dawson e Lara Keuck per capire come le immagini, nel contesto della biomedicina, possano essere interpretate e utilizzate da pazienti, artisti e studiosi, e come sia possibile creare nuovi linguaggi visivi capaci di intervenire nell’ambito biomedico e pubblico.

25.03 / Lux Tour 2026
Rosalia
 non é solo una cantante, è considerata una visionaria del pop, capace di influenzare mode, performance live e linguaggi visivi. Le sue performance e i suoi videoclip attingono a simbolismi, estetiche teatrali ed elementi visivi che trascendono la musica per diventare narrazioni culturali, quasi mitiche. La incontriamo a Milano per raccontarvi nuove storie!

U.S.A. E GETTA

di Fabrizio Modina

La recente dichiarazione del governo Trump sull’attuazione di una normativa che obbligherebbe i turisti a rendere disponibili i propri contenuti social e le e-mail personali per poter entrare nel paese, mi ha acceso un pensiero: ma abbiamo davvero necessità di andare negli Stati Uniti? Che cosa ci aspettiamo di trovare là che non abbiamo già qui e in forma migliore?

Negli anni Novanta, lo ammetto, ho visitato gli U.S.A. più volte, abbagliato da un immaginario cinematografico che rendeva tutto magico, irreale, inarrivabile. Sono un collezionista e uno storico di Pop-Culture, non potrei vivere senza Superman, Star Wars, Disney e Madonna. Con tutta la sua estetica plastificata, il suo oro verniciato in superficie, la sua totale assenza di storia che fa una storia a sé, la grande America ci ha illuso un po’ tutti. Ma trent’anni dopo, con il senno di poi, ho coltivato l’idea estrema che, almeno una volta nella vita, New York merita il viaggio, ma tutto il resto decisamente no. Non abbastanza da sacrificare la propria privacy per compiacere un paese divenuto l’ombra di sé stesso.

Così come è innegabile che a livello cinematografico e musicale gli States ci hanno regalato artisti e opere dall’impatto immortale, altrettanto non si può dire della moda, che, nonostante la spinta nazionalistica operata dalle grandi testate di settore come Vogue, ha da sempre un ruolo del tutto secondario rispetto alla tradizione e al saper fare europeo.

Se in Italia e in Europa non dimostriamo di essere sufficientemente sensibili da protestare se Gucci e Tod’s (tra gli altri) non disdegnano il caporalato per sfruttare la manodopera sottopagata, se Dior fa produrre ai laboratori cinesi negli scantinati toscani le sue borse da 5.000 euro e se Hermes scuoia vivi i coccodrilli per farci le sue borsette milionarie, almeno, potremmo provare a boicottare la moda del paese di Mr. Trump, senza perderci poi molto. Esattamente come rinunciare a Coca Cola e McDonalds non potrebbe che giovare alla nostra salute.

La moda americana nacque a Hollywood, cavalcando l’onda ispirazionale dei sarti delle grandi dive, primo tra tutti Adrian, l’uomo che, dalle scarpette di Dorothy alle toilette di Joan Crawford, definì l’immaginario della donna a stelle e strisce nel mondo. Dopo di lui, negli anni Sessanta, Halston e Oleg Cassini salirono alla ribalta come sarti ufficiali della first lady Jackie Kennedy, la quale aveva il terribile vizio di amare un po’ troppo i couturier parigini e – non potendoli indossare per non sminuire il Made in U.S.A. – era solita chiedere ai suoi designer di adeguarsi ai trend dettati da Dior e Balenciaga.

Sino a qui, dunque, nessun concorrente davvero rilevante per l’alta moda europea, ma con gli anni Ottanta arrivarono i primi brand newyorchesi che premevano con forza per imporsi anche sul nostro mercato. Così, mentre in Italia, Francia e Regno Unito nascevano e si sviluppavano le Maison di nomi che avrebbero davvero demolito e ricostruito da capo l’essenza stessa del “vestire”, artisti come Armani, Versace, Ferrè, Gaultier, Mugler, Lacroix, Alaïa, Westwood, da oltreoceano iniziavano a comparire nei nostri negozi le etichette di Ralph Lauren e Calvin Klein, per citare i più noti.

Nessuno più di Ralph Lauren è riuscito meglio nel narrare, non solo l’ipocrisia del sogno americano, ma anche a delegittimare un pezzo (forse l’unico) di storia del proprio Paese, rigurgitandolo in un’estetica definita che fonda la sua essenza nella delocalizzazione di uno stereotipo. In sintesi: Lauren ha codificato l’immagine dell’americano perfetto, canonizzando l’essenza del WASP (White, AngloSaxon, Protestant) in una bolla di alta borghesia dove sono tutti bellissimi, biondissimi, bianchissimi, ricchissimi; giocano a polo e a tennis, studiano nei college più prestigiosi. Le sue modelle e i suoi modelli indossano stivali da equitazione, camicie immacolate, blazer blue navy con blasoni universitari. Dunque, per il designer, l’americano “vero”, che non è di nessun altro colore se non bianco, è, de facto, un inglese. Con tanti saluti ad una guerra d’indipendenza. 

Ciononostante, gli italiani finirono per comprare tonnellate di polo con il ricamino del giocatore a cavallo – all’epoca era minuscolo, poi è cresciuto a dismisura – dimenticandosi che quel pratico articolo già esisteva e lo aveva “inventato” ufficialmente un tennista francese nel 1926 (Renè Lacoste), seppure gli indiani lo utilizzassero già da secoli per lo sport ippico. In pratica, niente di nuovo.

Ancora più emblematico è il successo di Calvin Klein, il re delle mutande con l’elastico logato, che ha dato una svolta minimalista ed essenziale alla moda americana, vestendo con i suoi rigorosi tailleur grigi le donne in carriera che iniziavano poco alla volta la scalata a Wall Street. Tutto magnifico, se non ci fosse arrivato prima Giorgio Armani. Ancora una volta, niente di nuovo.

L’imbarazzo diventa ancora più evidente quando si cerca di trovare una peculiarità, un’innovazione, un guizzo d’ingegno in nomi che sono diventati super cool in Europa senza alcuna motivazione reale, ma solo per il fatto di essere, wow!, americani: Donna Karan, Michael Kors, Marc Jacobs, sino a livelli quasi parodistici come Tommy Hillfiger e Off White. Guardiamoci attorno e, in un attimo, capiamo che possiamo benissimo comprare altro, investendo e credendo anche in piccoli brand locali che faticano ad imporsi. Lasciamo Anna Wintour a trastullarsi con i suoi protégé e dimostriamo di essere orgogliosi di cosa abbiamo creato in poco più di cinquant’anni di grande moda italiana (ed europea). Se dobbiamo volgere lo sguardo altrove e lontano, piuttosto puntiamo su Giappone, Corea del Sud e Cina, la quale non è solo Shein e Temu, ma terra fertile di nuove proposte davvero promettenti, come Robert Wun da Hong Kong.

Certo, in mezzo a tutta questa plastica, qualche gemma dagli States ci è stata donata: cosa sarebbe successo a Gucci senza il magnifico Tom Ford e, più recentemente, a Schiaparelli senza Daniel Roseberry? Guarda caso, entrambi texani. Altro che cowboys! Il che mi fa pensare che gli americani hanno, in effetti, inventato almeno un’icona della moda del nostro tempo, il jeans. Peccato che anche qui, la leggenda sia vera solo a metà: il pantalone è stato sì creato dal signor Levi, ma con tessuti che provenivano dalla Francia (Nîmes) e dall’Italia (Chieri, TO). 

Signor Trump si tenga pure la sua Great America, noi possiamo davvero farne a meno.

La moda, professione in evoluzione

Scopri i video talk della Fondazione M-Cube, a partire dalla moda, per poi planare su tanto altro dai mondi della Mitologia Moderna!

Doppia Zip

a cura di Grita
riprese e montaggio di Simona Rapisarda

Moda phygital

Le tecnologie ed in modo particolare l’AI stanno rivoluzionando ogni fase del processo creativo
e industriale della moda e aprendo questioni di etica e autorialità.
Come può funzionare la collaborazione tra umani e macchine?
Oggi a Doppia Zip Grita e Emanuela Zilio, Project Manager, discutono di come le nuove tecnologie e l’AI stiano rivoluzionando le fasi del processo creativo e industriale della moda.

Scopri la FASHION HERITAGE ACADEMY
tre corsi biennali per creare con le mani, nella moda contemporanea

Contatti & Info

educational@fondazionemcube.it
Segreteria +39 392.6328942 // da Lun a Ven – 14.00-16.00

La moda attraverso il grande schermo: Euphoria (2019-)
a cura di Elena Maria Casella

Se è vero che ogni generazione ha il suo manifesto, è altrettanto vero che la serie TV Euphoria (2019-) ha ridefinito il modo in cui la Gen Z si racconta, si veste e si autorappresenta sui social. Con l’uscita della terza stagione prevista per aprile, la serie di Sam Levinson ritorna al centro del dibattito culturale più forte di prima. Quando HBO la lancia nel 2019, non propone semplicemente un teen drama, ma un’esperienza visiva ed emotiva che rompe ogni schema: corpi iper-esposti, luci psichedeliche, make-up estrosi e una soundtrack alternativa che sembra pulsare insieme ai personaggi.

La particolarità di Euphoria è quella di raccontare l’adolescenza e il problema delle dipendenze in modo radicalmente autentico, mettendo in scena il caos interiore dei personaggi, le loro vulnerabilità e le contraddizioni che li attraversano. La serie rinuncia a qualsiasi intento giudicante e sceglie invece di far vivere il trauma allo spettatore attraverso una visione immersiva e spesso disturbante. Ne emerge una verità emotiva cruda e scomoda, che rispecchia una generazione cresciuta tra iper-esposizione digitale, crisi identitarie, famiglie disfunzionali e ansie relazionali sempre più pervasive.

Uno degli elementi che ha reso Euphoria un fenomeno culturale è la sua estetica curata nei minimi dettagli: le luci al neon, i colori saturi, i primi piani estremi e la fotografia quasi allucinata non sono semplici scelte di stile. La regia di Sam Levinson dialoga apertamente con il linguaggio del videoclip, della fotografia fashion e della cultura digitale, rendendo la serie immediatamente riconoscibile e profondamente contemporanea. In questo universo visivo i costumi assumono un ruolo centrale nel tradurre visivamente gli stati emotivi dei personaggi.


L’abbigliamento diventa così una vera e propria estensione del corpo e della psiche. Rue, interpretata da Zendaya, indossa spesso tute, maglie oversize, sneakers e colori spenti: un guardaroba che comunica il rapporto con le droghe e il desiderio di sparire, di sottrarsi allo sguardo e al contatto. Maddy, al contrario, utilizza la moda come strumento di potere: crop top, minigonne, tacchi alti e riferimenti espliciti all’estetica Y2K fanno del suo corpo un mezzo di controllo e affermazione. Cassie, al contrario, incarna una femminilità fragile e progressivamente svuotata, raccontata attraverso abiti sempre più aderenti e scoperti che riflettono una perdita di identità e una costante esposizione allo sguardo maschile per ricevere approvazione. Jules, infine, rappresenta la dimensione più fluida e sperimentale della serie: il suo look è un mix tra soft-grunge e anime girl, ricco di colori pastello e glitter, come emblema della sua fluidità di genere e libertà identitaria.

I costumi di Heidi Bivens dialogano con Instagram, TikTok e la cultura visuale online, influenzando direttamente il modo in cui la Gen Z ha iniziato a ripensare il corpo, il genere e l’espressione di sé. In parallelo, il lavoro della make-up artist Doniella Davy ha generato un vero e proprio lessico visivo condiviso: eyeliner grafici, strass, ombretti liquidi e glitter sono usciti dallo schermo per diventare trend globali. Il trucco, come l’abbigliamento, smette di essere decorazione per trasformarsi in linguaggio emotivo e narrativo.

L’influenza di Euphoria va ben oltre la televisione. La serie è diventata una vera fabbrica di immagini, meme e reference visive, capace di generare un immaginario immediatamente riconoscibile e replicabile. Ma Euphoria è anche mitologia moderna: un racconto collettivo che dà forma alle inquietudini e alle aspirazioni di una generazione cresciuta sotto pressione in bilico tra una costante visibilità e logiche di prestazione continue. I suoi personaggi funzionano come figure mitiche contemporanee, imperfette e tragiche, capaci di incarnare le tensioni sociali reali.

Con l’arrivo della terza stagione, Euphoria si trova davanti a una sfida cruciale: continuare a parlare a una generazione che sta cambiando, crescendo e chiedendo nuove forme di rappresentazione. Ma se c’è una cosa che la serie ha dimostrato fin dall’inizio, è la sua capacità di intercettare i trend e trasformarli in puro immaginario.

MiniMyths in collaborazione con la Scuola Internazionale Comics (Torino)
Logo rassegna corti animati MiniMyths

Macchina del tempo

Quando il tempo… é circolare!
di Davide Oliboni

FMC // febbraio 2026. Risultati e progetti in corso

NUOVI FORMAT PER VOI
A brevissimo a disposizione per voi…

  • L’irriverente magazine LETTERALMENTE (a cura di Grita).
  • …e per festeggiare insieme e scoprire qualcosa di più sul Giappone che tanto amiamo, anche il primo episodio di poddokyasuto – ポッドキャスト.
    Il podcast racconta come la società, la cultura, la politica e l’economia incidano e vengano influenzate dai grandi temi della nostra epoca. Qualsiasi sia questo tema, almeno un manga ne parla!

RICERCA & INNOVAZIONE
A inizio 2026stiamo lavorando con i nostri partner – PHASMATIC (Grecia) e Inventivio (Germania) – per i prossimi passi in materia di digitalizzazione 3D degli oggetti e creazione dello storytelling per musei e gaming, anche in collaborazione con le comunità di non vedenti e ipovedenti.
Con il musicista Federico Coderoni stiamo esplorando gli ambienti audio immersivi, per le prossime iniziative in 4D tra Berlino, Milano e Torino.
E nel frattempo… con la fotografa documentarista Laura Liverani stiamo aprendo un nuovo fronte asiatico. Tra tattoo e oggetti, cos’é la Mitologia Moderna per i discendenti delle minoranze AINU (Giappone) e Maōri (Nuova Zelanda)?

PROGETTI EU
Con dicembre 2025, abbiamo completato i progetti:

  • Invisible Cities (HORIZON / NGI Enriches)
  • GLEAM – Game to Learn and Enable Accessibility through Modern Mythology (HORIZON / XR4ED)

… e incrociato le dita per le nuove proposte presentate…

  • REBORN. Regenerative Ecologies for Building Organisms and Resilient Neighbourhoods
  • SEEDs & ROOTs
  • Art4Dvanced

Ad oggi, la Fondazione M-Cube sta collaborando nei suoi progetti con +100 partner in Europa, USA e Nuova Zelanda.