Ha aperto le danze milanesi Gucci, che, alla ricerca di un’identità e di un senso (ma, soprattutto, di fatturati), si affida a Demna Gvasalia, il georgiano che ha trasformato Balenciaga in uno spin-off di Decathlon. Ed è subito un miracolo annunciato (dall’ufficio stampa): niente sfilata, ma un cortometraggio costellato da star globali che interpretano i personaggi di una famiglia variopinta e disfunzionale. La stampa e i social vanno in visibilio, ed io resto incredulo di come non sia stato affatto notato l’elefante nella stanza: non esiste una collezione. O meglio, quel poco che si vede, all’80 % riciclato dai fasti di Tom Ford, viene impunemente promosso come una linea see now-buy now, leggasi: ci siamo trasformati in prontisti da Centergross ma rimaniamo fucking cool.
La sorte peggiore è però toccata a Versace, ma qui non era necessario essere dei fenomeni paranormali per immaginarlo. Quando una Maison che ha costruito tutto il suo heritage sulla fisicità, sul sesso e sull’eccesso, viene acquistata da un’altra dal percorso storico diametralmente opposto, il risultato non può che essere stridente e disorientante. Ne consegue un pastiche di temi d’archivio di epoche diverse che il nuovo designer Dario Vitale appiccica con ingenuità quasi infantile come bamboline di carta sulle silhouettes informi e dismesse di Prada. Dalle Super Models agli zombie, Medusa viene nuovamente decapitata, e i pochi che hanno urlato allo scandalo, sono stati ovviamente pietrificati.
Da Armani, per ovvi motivi, potevano anche sfilare modelle con capi in cartapesta e sarebbe stata ugualmente standing ovation. Il Re è morto, viva il Re. Buon lavoro a chi dovrà raccogliere un’eredità così importante, avendo ben chiara la necessità di ringiovanire un brand che ha una clientela a senso unico che va dai cinquanta in su.
Sotto la Tour Eiffel, il brivido è tutto da Dior, che saluta Maria Grazia Chiuri (già sistemata da Fendi) per celebrare l’esordio di Jonathan Anderson, uno dei pochi, autentici, enfant prodige di una generazione di designer, in media, deludente. Dopo avere reso fenomenale Loewe, il creativo nordirlandese ha accettato di prendere le redini di Dior donna, uomo e alta moda, senza abbandonare il marchio a suo nome, la collaborazione con Uniqlo e gli incarichi di costumista cinematografico. John Galliano ha resistito quattordici anni prima di dare di matto, quindi, non si può che augurare il meglio ad Anderson, quantomeno per il coraggio e la tenacia.
La collezione è ibrida e a tratti confusa, ma i dettagli sono di altissima sartoria, le calzature una delizia, le forme interessanti. Sarà la collezione di Haute Couture a sigillare o meno la visione del designer con l’essenza del marchio, ma confidiamo nella sua bravura.
Altrettanto positivo è stato l’esordio di Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, al quale non si perdona però il fatto di avere ceduto il “suo” Valentino alle poco capaci mani di Alessandro Michele. Piccioli ha il non facile compito di riportare lo status quo di Balenciaga alla sua essenza originale, ovvero una fucina di sperimentazione di forme e architetture, e non un emporio di sneakers e t-shirt per danarosi teenagers asiatici. Più couturier che designer, Piccioli entra con umiltà nell’archivio di uno dei più grandi geni della storia della moda cercando una mediazione tra passato e presente, prendendosi il rischio di un radicale ribaltamento di clientela.
Last but not least, chiude la settimana parigina Chanel, l’altro macroscopico punto di domanda della stagione. Riuscirà Matthieu Blazy a rilanciare il brand più iconico e più soporifero di Francia? La risposta, con sollievo, è sì. Cancellato con un colpo di frusta il periodo post Lagerfeld, dominato dal tocco pseudo-intellettualoide-borghese di Virginie Viard, Blazy orchestra una sinfonia di leggerezza e di giovinezza, un messaggio per una nuova generazione di clienti. In passerella si sorride e si danza anche un po’, sulle note della tamarrissima Rhythm is a Dancer. Il messaggio è chiaro: siamo ricche, siamo snob, ma non dobbiamo per forza essere delle matrone mummificate.
Così, in un giro di poltrone che neanche Giulio Andreotti avrebbe saputo organizzare meglio, tutti sono stati sistemati. Quelli bravi ci sono, quelli meno bravi anche. Il circo continua, in attesa che, prima o poi, arrivi un nuovo, vero, genio.