11.2025

FMC // dicembre 2025. I nostri prossimi eventi
FMC inaugura la nuova mostra DEMO See the Invisible a Auckland (NZ). Il lavoro di ricerca scientifica e tecnologica condotta in Portogallo e USA in collaborazione con l’artista Chiara Masiero Sgrinzatto prende forma nello spazio espositivo della Auckland University of Technology. See the Invisible renderà disponibili al pubblico cinque installazioni interattive, alla scoperta di due Città Mito, Venezia e New York. Capaci di generare un’immagine di se stesse che va oltre il loro – pur unico – skyline, queste città sono in grado di evolvere in tempo reale, perpetue sorgenti e ricettori di nuove narrative.
30.12 / Draw the Invisible
Il workshop Draw the Invisible apre lo spazio per il co-design con gli studenti della Auckland University of Technology. L’artista Chiara Masiero Sgrinzatto e la curatrice Emanuela Zilio condurranno i partecipanti nella scoperta della rappresentazione sferica dei luoghi. Il workshop costituirà un momento interessante di scambio e confronto sui temi della Mitologia Moderna, delle urban identity e social regeneration.
01-03.12 / GDI 2025 Green + Digital + Intelligent Built Environments
Pronti per presentare il nostro paper “See the Invisible. How generative-AI can support panoramas artists to represent spaces in a deeper way, while understanding more about “Eternal cities” al mondo!

08-10.12 / STATUS QUⒺST a Bruxelles in occasione di UnitedXR!
La FMC, in collaborazione con NEEEU GmbH, è fiera di presentare il suo gioco STATUS QUⒺST alla UnitedXR di Bruxelles. Con un prototipo giocabile che collega due epoche – antica Grecia e il 2199 in omaggio a Matrix – abbiamo aperto la collaborazione con le comunità dei non vedenti e degli ipovedenti, in una logica di co-design e accessibilità per tutti.

19-21.12/ Imparare giocando alla WORLDCTE Conference
Giocare significa imparare, i bambini lo sanno perfettamente, gli adulti a volte lo scordano. Alla WORLDCTE Conference a Berlino, la FMC presenta la sua ricerca nel campo dell’edutainment collaborativo, con Il paper “Playing Blind, Playing with Blinds: A Peer-to-Peer Learning Game”.
Chi ha deciso che la moda deve essere un lusso?
di Fabrizio Modina
Nell’attuale “narrazione” dei brand – termine ormai abusato al pari di heritage – esiste una sola immagine, una direzione a senso unico, che visualizza la moda del passato e (quindi) del presente come un sistema “chiuso”, destinato ad una clientela nobiliare o alto-borghese con potere di spesa illimitato. Il messaggio è “o sei ricco, o sei fuori”.
Ed è questo, in effetti, l’immaginario della moda che è stato ampiamente inculcato dai grandi nomi negli ultimi quindici anni, tant’è vero che, ultimamente, i titoli dei giornali non parlano di “crisi della moda” ma di “crisi del lusso”, come se le due cose dovessero indicare il medesimo concetto. Ma non è affatto così.

Photo: Dolce & Gabbana
La Haute Couture moderna è nata come erede legittima di quella sartoria di massima eccellenza che vestiva regine, imperatrici, contesse e imprenditrici, un’espressione artistica di quel “saper fare” capace di generare abiti da sogno, sì costosissimi, ma comunque risultato di ore e ore di confezione e ricamo, ricavati da tessuti preziosi e ricercati, pensati da maestri del modello che conoscevano ogni millimetro del corpo delle loro clienti e non avevano altra missione se non renderle più belle e ammirate. Termina qui, però, la “narrazione” che oggi Dior, Balenciaga, Chanel e le altre colonne portanti del mito della moda ci raccontano di loro stesse, omettendo un dettaglio non da poco, ovvero che il business delle maisons non era incentrato soltanto sulla vendita dell’abito su misura, ma anche, su quella del cartamodello.

Photo: VOGUE
Dunque, i geni che hanno inventato il New Look, l’abito a trapezio, la linea ad A, la gonna palloncino e via dicendo, distribuivano (giustamente, a pagamento) i modelli delle loro creazioni più originali rendendo democratico il proprio lavoro, in modo che anche la sarta di provincia potesse proporre alla sua clientela un abito in linea con le ultime tendenze di Parigi. Certamente, venivano utilizzati tessuti più modesti, impiegata meno finezza nella confezione, ma comunque le forme e lo stile ricalcavano fedelmente quelle viste sulle riviste più patinate. La moda era un sogno che si poteva scalare a seconda del proprio reddito.
Quando Yves Saint-Laurent inaugurò la prima boutique di prêt-à-porter nel 1966, l’élite gridò allo scandalo, perché anche il “popolo” avrebbe potuto permettersi un capo del divo couturier, il quale, aveva capito che il mondo stava cambiando e fu il primo a cavalcare l’onda di un mercato in rapida espansione. La lezione di “democrazia della moda” ha prodotto brillanti risultati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Duemila, quando gran parte dei brand della new-wave del fashion diversificarono le proprie produzioni, accostando alla collezione principale – qualitativamente e creativamente più alta – le cosiddette “seconde linee”. Queste, pensate per budget più contenuti, portavano la brand identity alla portata del pubblico più giovane, coniugando design e innovazione con prezzo abbordabile e ampia distribuzione. Sono gli anni di Versus (Gianni Versace), di Emporio Armani, di D&G, di Junior Gaultier e molte altre label “gemelle”: Parigi e Milano vestivano tutti con ampio ritorno economico e il fast fashion non solo non era ancora nato, ma, soprattutto, nessuno ne sentiva la necessità.

Photo: VERSUS
Di quel mondo e di quel tempo non rimane più nulla. Con la spartizione della moda in due macroblocchi che hanno deciso di darsi battaglia incrementando sempre di più i prezzi a discapito del design e della qualità, siamo dunque arrivati ad oggi, sospesi nel vuoto cosmico di un mercato che ci dice che la stessa t-shirt può costare 400 euro o 4, l’unica discriminante è l’etichetta.
Il fenomeno Shein (tra gli altri) non è una meteora precipitata casualmente, ma l’onda d’urto di un bisogno che non è solo economico, ma anche culturale: la necessità dell’accessibilità, la copia a basso costo che, spesso, è qualitativamente sovrapponibile all’oggetto di alto costo. Le grandi maison hanno escluso invece di includere, sino ad ottenere di essere abbandonate anche dai loro clienti più affezionati e facoltosi.
Il danno che i due macroblocchi hanno inflitto al sistema, con un esponenziale incremento dei prezzi, ha fatto sì che la moda oggi sia percepita come qualcosa per pochi, un rito esclusivo e non un’arte condivisibile. La bolla si è gonfiata all’inverosimile, sostenuta principalmente dal mercato asiatico, che per anni è stato sfruttato in virtù del proprio potere d’acquisto, sino a quando, puff! anche questa è scoppiata, complice, finalmente, l’acquisizione da parte del cliente di una consapevolezza del prodotto e del corretto valore ad esso attribuito.
Molti analisti del settore vedono, fortunatamente, nell’investimento sulla creatività e sul contenimento dei prezzi, i veri motori di ripresa della moda, che mai, come ora, deve ricostruire la propria identità in bilico tra i valori economici non giustificabili dei big player e la deriva anti-etica del fast fashion. Un plauso ad Andrea Guerra, CEO di Prada, il quale ha ammesso candidamente: “Forse abbiamo alzato troppo i prezzi” …
La moda, professione in evoluzione
Scopri i video talk della Fondazione M-Cube, a partire dalla moda, per poi planare su tanto altro dai mondi della Mitologia Moderna!
Doppia Zip
a cura di Grita
riprese e montaggio di Simona Rapisarda
Ceruleo
«Quindi, in realtà, quel maglione rappresenta milioni di dollari e innumerevoli posti di lavoro.
E sei al di là del comico nel credere di aver fatto una scelta che ti esenta dall’industria della moda, quando, in realtà, indossi un maglione che è stato scelto per te dalle persone in questa stanza… da una pila di roba.»
Oggi a Doppia Zip Grita e Fabrizio Modina, esperto di Mitologia Moderna.
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La moda attraverso il grande schermo: Frankenstein (2025) – a cura di Elena Maria Casella
Guillermo del Toro rincorre Frankenstein da più di dieci anni. Lo ha letto, studiato, immaginato. Quest’anno, quella visione inseguita così a lungo ha finalmente preso forma: un adattamento che restituisce il mito nella sua dimensione più intima, dolente e profondamente umana. Del Toro — poeta delle ombre, archeologo del meraviglioso, artigiano di corpi impossibili — ha rianimato Frankenstein senza tradirne il nucleo emotivo. Non sceglie la via dell’horror trionfante né dello spettacolo gotico: preferisce riportare la storia alla sua radice filosofica dove il mostro è niente meno che il riflesso di una violenza umana che precede ogni atto di terrore.
La Creatura nata dalle mani del Dr. Victor Frankenstein non è un villain o l’incarnazione del male: è un bambino che non ha chiesto di nascere, gettato in un mondo tanto meraviglioso quanto ostile e abbandonato da chi avrebbe dovuto guidarlo. Il regista, che ha sempre costruito il suo cinema attorno all’estetica del “diverso”, ci restituisce un essere che è davvero ciò che Mary Shelley aveva immaginato: un corpo assemblato e cucito, un’anima senza malizia costretta a imparare troppo in fretta cosa significa vivere in un universo ossessionato dalla perfezione estetica e poco interessato all’essenza interiore.

Uno degli elementi chiave del nuovo Frankenstein è il lavoro sui costumi di Kate Hawley, concepito in rapporto diretto ai corpi e alle presenze attoriali di Jacob Elordi (la Creatura) e Mia Goth (Elizabeth). Del Toro evita interpreti “neutri” e rifiuta i classici cliché vittoriani: l’Ottocento che sceglie di rappresentare è romantico, sospeso tra mito, iconografia religiosa e una natura malinconica, in cui il colore gioca un ruolo centrale, come dimostra il rosario rosso scarlatto indossato da Elizabeth per tutto il film, realizzato in collaborazione con Tiffany & Co.

Gli abiti di Elizabeth, spesso cangianti come le corazze degli insetti, contribuiscono a definire il personaggio come una figura quasi magica, una ninfa crepuscolare eterea e pura, in netto contrasto col mondo in cui vive, e sono essenziali nel comunicare il legame profondo con la Creatura, visibile nel gesto intimo in cui questi le solleva il velo che la copre, e ancor più nell’abito da sposa le cui cuciture sono in mirror con quelle nel corpo di lui, carico di significati emotivi.

Jacob Elordi, con la sua fisicità slanciata, offre alla Creatura una dimensione nuova, più vulnerabile che spaventosa. Fondamentale per questa trasformazione è il lavoro di make-up e protesi, curato dal designer Mike Hill, che crea una pelle artificiale segnata da cicatrici, cuciture e imperfezioni, tracce tangibili dell’assemblaggio del corpo. L’uso di lenti a contatto, bende e parrucche completano la metamorfosi, conferendo alla Creatura un’estetica sospesa tra sacro e profano.
Del Toro dialoga con la fonte letteraria in modo diretto e rispettoso: Mary Shelley, l’autrice che nel 1818 ha dato vita alla prima grande mitologia moderna del corpo artificiale. Shelley immagina un mondo in cui l’uomo, sedotto dal potere della scienza, sfida i limiti della natura senza poi assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Del Toro riprende esattamente questa tensione. Non è la Creatura l’emblema dell’orrore, bensì Victor Frankenstein, chirurgo brillante ma incapace di comprendere la portata morale delle sue azioni. La Creatura torna ad assumere il ruolo che Shelley aveva intuito: una figura che ci obbliga a chiederci cosa rimane di noi quando il mondo non ci vede per ciò che siamo, ma solo per come appariamo.
MiniMyths – in collaborazione con la Scuola Internazionale Comics

in collaborazione con Scuola Internazionale Comics (Torino)
Dopo un anno straordinario insieme ai ragazzi, alle ragazze e ai docenti
della Scuola Internazionale di Comics… arriva la nuova rubrica MiniMyths
…per capire insieme cos’é la Mitologia Moderna.
Vedere nel passato, capire il presente, predire il futuro
Lettura del tempo
di Federica Fornelli

FMC // ottobre 2025. Risultati e progetti in corso
NUOVI FORMAT PER VOI
In lavorazione per voi… l’irriverente MAGAZINE “LETTERALMENTE” (a cura di Annarita Clemente. E ancora… una RIVISTA direttamente dal mondo COSPLAY con Angela De Marco, una RASSEGNA CINEMATOGRAFICA con Nicolas Casari.
RICERCA & INNOVAZIONE
La ricerca della Fondazione M-Cube prosegue in collaborazione con la New York Institute of Technology (USA), la Auckland University of Technology (NZ), HTW-Berlin (DE), e la Universidade Aberta (Lisboa, Algarve – PT).
Stiamo studiando come la Mitologia Moderna pervada e impatti sugli spazi (le “Città Mito”- in occasione di KUI 2025, al Kulturforum di Berlino, ne abbiamo presentato un primo capitolo.
PROGETTI EU
In fase di candidatura, in collaborazione con 40 partner in Europa, USA e Nuova Zelanda, tre nuovi progetti in risposta alle nuove call Horizon.