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FMC #03

06.2025

FMC // Luglio 2025. I nostri prossimi eventi

01-03.07 / Fashion Heritage Academy @ B2B Torino Fashion Match
Con il talk “The Heritage of tailoring: How to preserve an Art”, in occasione della Fashion Week torinese Fabrizio Modina,  Presidente della Fondazione M-Cube, porterà l’attenzione sull’urgente priorità di salvaguardia del patrimonio umano e culturale della sartoria italiana.
In collaborazione con Unioncamere Piemonte.

10.07 /
Kylie Minogue – The Tension Tour
Live da Lyon in Francia, saremo presenti al concerto della Principessa del Pop, una delle figure più influenti della scena musicale a partire dagli anni Ottanta. La star australiana è una delle muse indiscusse di designer della moda quali Jean Paul Gaultier e Dolce & Gabbana ed i suoi spettacoli sono un mix di tecnologia e teatralità.

BAGS killed the Fashion Star

Da qualche tempo a questa parte, gli addetti al settore hanno (finalmente) iniziato a domandarsi se il ruolo chiave del design di moda, oggi, sia rappresentato ancora dai creativi o se, invece, non siano i manager dei dipartimenti commerciali ad imporre il loro dominio. La risposta è più scontata di quanto possa apparire.

Mi perdonino le Generazioni Z e A se la citazione musicale del titolo di questo articolo può risultare loro criptica; sicuramente potranno rivolgersi a un genitore per una spiegazione. Non trovavo modo migliore per trasmettere il mood di sconforto sulla deriva della moda degli ultimi vent’anni.

L’intuizione che hanno avuto i CEO dei brand è molto semplice, a dire il vero: minimo sforzo, massima resa (economica). Quindi, perché investire capitali nella formazione di sarti esperti, modellisti e tecnici di alto prêt-à-porter per rinnovare le collezioni puntando sulla creatività, il genio e la qualità, quando con molto meno sforzo si possono vendere infinite borse prodotte in serie con margini di guadagno che l’abbigliamento non può consentire?

Non mi fraintendano i bravissimi operatori del settore della pelletteria per i quali ho massima stima, ma sono certo che anch’essi converranno sulle notevoli differenze di tipologia di produzione che intercorrono tra il loro settore e quello della confezione. Tra le molte, emerge in modo macroscopico la funzione intrinseca di “indossabilità” di un capo, un procedimento che richiede giorni di lavoro di un team che deve essere composto almeno da un designer, un modellista, un sarto e un/una mannequin.

Questi si confrontano per approvare, dopo numerosi test, se una giacca, un pantalone, un cappotto, un abito vestono correttamente, impediscono o meno il movimento, performano correttamente nel tessuto scelto, corrispondono in quanto a tempi e metodi di lavorazione ai costi preventivati. Un processo che non permette errori e che richiede tempo e maestria, ergo: denaro. Anche qui, potremmo aprire un terzo focus sul proliferare tra i brand di lusso di prodotti che richiedono scarsissimo investimento di ricerca, come t-shirt e felpe vendute a peso d’oro.

Per quanto lo sviluppo e la confezione di una borsa di qualità richiedano tempo, questo non potrà mai essere lontanamente commisurato con quello dell’abbigliamento o, anche, della calzatura. Una borsa deve essere robusta, pratica, esteticamente appagante, di un bel materiale. Ma finisce qui, non deve essere “indossata” sul nostro corpo.

Magari qualcuno di voi lo ha notato (pochi), ma i brand hanno iniziato da più di un decennio a togliere dalle loro vetrine le collezioni di abbigliamento e le hanno sostituite con borse e borsette inserite in mirabolanti display. Nelle fotografie destinate alle riviste patinate e alla comunicazione online, le borse si sono spostate al centro dell’obiettivo, e tutto il resto è scivolato sempre più in background.

Poco per volta, la moda è scomparsa, il desiderio di inventare e creare si è assopito, l’impulso all’acquisto di un bell’abito è svanito. È emerso quel terribile pensiero tra la clientela (non solo femminile) che basta una borsa costosa per essere magnifici, il resto è superfluo. Così abbiamo distrutto il prêt-à-porter. Guarda caso, negli ultimi vent’anni i grandi geni dell’haute couture si sono quasi tutti estinti, sostituiti dagli imperi di aziende che hanno fatto della pelletteria il loro business principale. Altri, per sopravvivere, si sono dovuti adattare, perdendo totalmente la loro identità sartoriale.

Oggi, dai social, arriva (con molto ritardo), la notizia che le amatissime borse griffate non valgono il loro prezzo. Io lo spiego ai miei studenti da quindici anni, che sollievo! Mi sento meno solo ora.
Le clienti indignate scoprono che i loro adorati tesori non sono fatti di pelle ma di plastica, che non sono prodotte né in Francia, né in Italia, che il sogno comprato a caro prezzo purtroppo non era reale. Anche se confezionata con il pellame più pregiato al mondo, una borsa non potrà mai costare più di un’auto. Ora (quasi) tutti si sono resi conto che la differenza tra originale e contraffatto è praticamente nulla.
Se non ne fossi divertito, lo troverei quasi scioccante.

Ricordo che in uno dei tanti alterchi intercorsi tra Sergio Marchionne, CEO Fiat e Diego Della Valle, CEO di Hogan e Tod’s, il primo notificò che con la stessa cifra che il secondo investiva in un anno per ricerca e sviluppo, lui ci comprava un paraurti. Tranchant, ma realista.

Sono stato recentemente a Firenze, patria della pelletteria italiana, e ho notato con piacere quanti piccoli marchi resistano con orgoglio, puntando sulla vera qualità dei materiali e la confezione rigorosamente Made in Italy. Nessun logo, tanta solidità e vero heritage. A loro dovremmo guardare quando vogliamo comprarci una bella borsa, al giusto prezzo.

Forse, poco alla volta, il vento sta cambiando. Anche dagli U.S.A. e dalla Cina, dove si trovano i super ricchi che decidono il fluttuare dei fatturati dei brand, giungono notizie di una maggiore consapevolezza nell’acquisto. La mercificazione del “sogno” sta finendo, è tempo di concretezza. Le super manager nel settore della finanza si dicono meno interessate a spendere decine di migliaia di dollari per un accessorio, poiché, come consulenti amministrative, per prime devono dare l’esempio nel contenimento delle spese superflue e poco ravvedute.
Chissà che a passi lenti, finalmente, anche chi si loda su Tiktok per aver acquistato una borsa da 70.000 euro, non venga considerato per quello che veramente è: non “supercool” ma un perfetto idiota.

La moda, passione di tutte le generazioni

La Fondazione M-Cube lancia due nuovi format di video talk a partire dalla moda, per poi planare su tanto altro… dai mondi della Mitologia Moderna!

Red Velvet Talks

a cura di Elena Maria Casella
riprese e montaggio di Simona Rapisarda


Non una lezione. Non un’intervista tradizionale. Ma un dialogo pop e visionario con chi la moda non solo la studia o la disegna… ma la vive.

https://www.youtube.com/watch?v=7Nej_iMHeX0&t=49s

Doppia Zip

a cura di Grita
riprese e montaggio di Simona Rapisarda

Sentivamo il bisogno di creare uno spazio di dialogo ampio e accessibile sulla moda. Grita, insieme a Fabrizio Modina, tra chiacchiere e consultazione di oracoli, proveranno a sbrogliare i nodi di questo intricato mondo.

Scopri la FASHION HERITAGE ACADEMY!

Fashion Through the Big Screen: Buffalo ’66 curated by Elena Maria Casella

Continua il nostro viaggio nell’immaginario cinematografico contemporaneo dove i film non sono soltanto narrazioni da guardare ma archivi viventi di stile, ricerca e identità. In questo terzo appuntamento puntiamo lo sguardo su un cult intramontabile del cinema indipendente americano: Buffalo ‘66 (1998) scritto, diretto e interpretato da Vincent Gallo, figura iconica e controversa che con questo esordio ha scolpito un nuovo archetipo del ‘’disadattato’’ contemporaneo.

Tra bowling deserti, tavole calde e motel sbiaditi, Buffalo ‘66 racconta la storia tragicomica di due solitudini che si sfiorano e si trovano, restituendoci un’estetica che ha fatto scuola anche nel mondo della moda.

Il film segue la storia di Billy Brown (Vincent Gallo), un uomo nevrotico appena uscito di prigione, incastrato tra un passato fatto di errori e un presente di menzogne. Per non deludere i genitori, convinti che nel frattempo sia diventato un uomo di successo, sequestra la ballerina di tip tap Layla (una magnetica Christina Ricci) obbligandola a fingersi sua moglie durante una visita a casa. Da quel momento in poi, Buffalo ‘66 diventa una fuga dalla realtà, un road movie urbano fatto di silenzi e sguardi sospesi in una periferia desaturata e congelata che fa da sfondo a un immaginario  potente in grado di attraversare il tempo e riemergere oggi tra passerelle e profili Instagram.

Vincent Gallo cura personalmente i costumi del film: i bomber consumati, le felpe senza forma, i jeans slavati di Billy raccontano una mascolinità ferita che urla la propria marginalità attraverso capi anti-glamour sui toni del grigio e del nero. Gli iconici stivali rosso corallo che spiccano durante tutto il film, invece, sembrano rappresentare quell’urlo interiore, la ferita aperta, un dettaglio che tradisce il desiderio di emergere da un mondo troppo freddo e ostile. Layla, invece, fluttua accanto a Billy nel suo babydoll dress, il cardigan candido e le scarpette glitterate: una vera coquette girl malinconica e disarmata. È uno stile oggi particolarmente virale su TikTok e presente nell’immaginario visivo di artiste come Lana Del Rey la cui essenza è ultra-femminile, languida, fuori dal tempo.

Indimenticabile la scena nella cabina fotografica in cui Layla e Billy posano per una serie di scatti istantanei. È anche grazie a questa scena che la moda della polaroid e del vintage – oggi celebrata da brand come Marc Jacobs e  Miu Miu – trova un’origine autentica.

E poi c’è il football americano, ossessione di Billy e trauma fondativo del personaggio: questo universo sportivo permea durante tutto il film e si riflette oggi in una moda che rielabora lo sportswear anni ‘90 con nuovi codici: giacche oversize, loghi dei college, tute ampie, maglie da football reinterpretate in chiave genderless… Marchi come Martine Rose, Balenciaga, Acne Studios e altri brand emergenti si ispirano proprio a questo immaginario suburbano e nostalgico.

Oggi Buffalo ‘66 mostra che la moda non necessita per forza di passerelle ma si costruisce nei dettagli e nelle vite ordinarie. È un film che ci ricorda che la moda parla ovunque, anche tra il freddo delle strade di Buffalo. Buffalo ‘66 si trasforma così in una favola urbana, in cui la moda veste la fragilità di due anime che si incontrano per caso e che, forse, proprio in quell’incontro assurdo trovano la forza di ricominciare. Una tenerezza fuori tempo che ancora oggi ispira e risuona.

FMC // Giugno 2025. Risultati e progetti in corso

SEE THE INVISIBLE, i prossimi appuntamenti e la mostra tra Berlino, Argentina e Nuova Zelanda
Si é completata il 5 giugno la prima fase del progetto ”See the Invisible’‘ a New York. Chiara Masiero Sgrinzatto ci racconta la sua ricerca e sperimentazione al New York Institute of Technology, tra città del mito, Mitologia Moderna e un mondo di nuovo in cerca di supereroi. Ci parlerà anche del nuovo step, tra Argentina e New Zealand.

GLEAM, il nuovo workshop al Museo Nazionale del Cinema insieme a Inventivio
Avanza lo sviluppo del gioco STATUS QUⒺST!!!
Il workshop tenuto dalla Fondazione M-Cube in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema ha consentito di coinvolgere un gruppo di tester tra utenti non vedenti, ipovedenti.
Obiettivo principale del workshop é stato quello di testare la storia di STATUS QUⒺST, alcune meccaniche aggiuntive che saranno adottate nel gioco e raccogliere ulteriori spunti e feedback durante la fase di test alpha avanzata.Inoltre, il workshop ha permesso di offrire ai partecipanti l’opportunità di esplorare Tactonom, il dispositivo presentato da Inventivio, che consentierà l’interazione educativa phygital con il gioco.


Il progetto GLEAM ha ricevuto un finanziamento indiretto dall’Unione Europea nell’ambito del programma Horizon Europeper la ricerca e l’innovazione, tramite la Open Call XR4ED, emessa e gestita nell’ambito del progetto XR4ED(Grant Agreement n. 101093159).

SUPERHEROES – FROM ANTIQUITY TO CONTEMPORARY
Continua con grande successo di pubblico al Vapriikki Museokeskus di Tampere, in Finlandia, la mostra a cura di Fabrizio Modina per Fondazione M-Cube, Federica Montani ed Eugenio Martera per Contemporanea Progetti. Un viaggio iperdinamico e super-pop attraverso la storia degli eroi del passato e del presente.
La mostra esplora quali tipi di modelli di supereroi si possono trovare nei miti e nelle leggende antiche. I visitatori possono seguire l’evoluzione dei supereroi sia in ordine cronologico che tematico.

RICERCA & INNOVAZIONE
La ricerca della Fondazione M-Cube prosegue su più fronti. Approvati i paper scientifici e la mostra See the Invisible per:

XXII. Conference Culture and Computer Science – Remixing analog and digital a Berlino
SiGraDi 2025, la conferenza su “Meta-Responsive Approaches in Architecture, Art, Design, and Sciences”, a Cordoba (Argentina)
GDI 2025 Green + Digital + Intelligent Built Environments a Auckland (New Zealand)